Non c'è un momento preciso in cui mi sono avvicinata allo yoga se pensiamo al fatto che la mia mamma era incinta di me quando a 30 anni ha cominciato a praticarlo.
Due anni e mezzo fa ho attraversato un periodo di grande difficoltà, durante il quale ho sofferto di attacchi di panico e insonnia continua. Da quel momento, praticare lo yoga con costanza è stato per me un supporto fondamentale per tornare a stare bene, e adesso è diventato una componente essenziale del mio modo di stare al mondo.
Sono sempre stata una bambina ansiosa, insonne, troppo sensibile, troppo emotiva, troppo tante cose, ma è stata una fortuna avere sempre avuto con me una mamma altrettanto sensibile e un po' magica che poteva insegnarmi a respirare piano, a sentire nel mio corpo che, in fondo, sin dal principio va tutto bene e quanto poco conti tutto il resto.
Se è vero quel che mi dice quando mi lamento di lei, ossia che sono i figli a scegliere i genitori, allora ho fatto una scelta a dir poco intelligente.
Un luogo vibrante di ascolto
nel cuore di Palermo
Yoga Tantrico del Kashmir e Hatha Yoga, in uno spazio accogliente, dove sentire il progressivo diradare dell'essere,
fino alla sacralità del silenzio.
Le lezioni di Yoga riprendono il 29 settembre 2026.
Chi siamo
Palermo Yoga è nato per creare uno spazio semplice, dove fermarsi e tornare al proprio corpo. Le lezioni sono pensate tanto per chi pratica da anni quanto per chi sale per la prima volta su un tappetino.
Si lavora con calma, ascoltando i propri limiti, senza mai forzare: qui il respiro conta quanto il movimento.
Maria Cicero
Fondatrice e anima di Palermo Yoga. Si è formata con il maestro Sanfilippo e da oltre vent'anni insegna Yoga Tantrico del Kashmir; dal 2008 segue in particolare la via tramandata da Eric Baret. Ogni anno torna in India per ritrovare le radici della tradizione che porta in studio.
Aido Mangiaracina
Oltre 20 anni di esperienza nell'insegnamento dello Yoga: collabora, fin dalla sua nascita, con Palermo Yoga tenendo i corsi di Hatha Yoga del lunedì e mercoledì, con un'attenzione particolare al respiro e all'allineamento.
Yoga del Kashmir
"... non ginnastica, non una tecnica, ma un modo di stare al mondo".
Lo Yoga del Kashmir non è ginnastica. Non è uno strumento. È un'arte.
Non è un'attività. È la celebrazione dello stato naturale dell'uomo.
Osservare i propri limiti fisici è il primo passo per accoglierli e integrarli.
Come dei fantasmi, il movimento si ferma prima di creare un corpo fisico.
Nessuna interferenza tra gradevole e sgradevole. Nessun giudizio. Solo l'esplorazione silenziosa del corpo.
L'elemento portante della pratica è l'ascolto. Non c'è un obiettivo da raggiungere. Solo il presente, attimo dopo attimo.
Prendiamo una posizione. La esploriamo con sensibilità aperta. Lasciamo che si dissolva in un percorso di ritorno che conduce al silenzio.
Corsi
Due tradizioni, quattro appuntamenti fissi in settimana.
-
Yoga del Kashmir
Una pratica che intreccia respiro, ascolto e presenza, secondo la tradizione tantrica del Kashmir che Maria insegna da oltre vent'anni.
-
Hatha Yoga
Posizioni mantenute con calma, respiro guidato e attenzione all'allineamento: un buon punto di partenza per chi si avvicina allo yoga per la prima volta.
-
Yoga Nidra
Un incontro mensile di rilassamento profondo guidato, per lasciar andare le tensioni accumulate e riportare corpo e mente in ascolto.
Il calendario dettagliato e le date dello Yoga Nidra sono disponibili scrivendo o contattando direttamente lo studio.
Orari
| Giorno | Orario | Corso | Insegnante |
|---|---|---|---|
| Lunedì | 17:30 | Hatha Yoga | Aido Mangiaracina |
| Martedì | 17:30 | Yoga del Kashmir | Maria Cicero |
| Mercoledì | 18:15 | Hatha Yoga | Aido Mangiaracina |
| Giovedì | 17:30 | Yoga del Kashmir | Maria Cicero |
Orari soggetti a variazioni: scrivici o chiama prima di venire per la prima volta. Una volta al mese, Maria tiene inoltre un incontro di Yoga Nidra, con data comunicata di volta in volta.
Via Guglielmo Borremans 9, 90145 Palermo
Lo studio
Il nostro spazio in Via Guglielmo Borremans, nel cuore di Palermo.
Viaggi in India
Ogni anno Maria torna in India, per ritrovare le radici della tradizione che insegna da oltre vent'anni: gli scatti dagli ultimi viaggi, di Elena Lo Giudice.
Fotografie di Elena Lo Giudice.
Articoli
Scritti di Maria e testi della tradizione yogica, raccolti nel tempo per chi vuole approfondire.
Settembre 2026
Il corpo è una rappresentazione del mondo
Una trascrizione di Eric Baret al seminario di Chianciano: il corpo vuoto, il lavoro senza fisiologia, e ciò che accade quando si abbandona l'immagine personale.
Leggi l'articolo
Quello che importa è di non sentire il corpo.
Ci sono due grandi scuole: c'è la scuola che pensa che la posa giusta, fatta bene, porti alla vacuità, che è in generale il punto di vista diffuso dello yoga.
E poi c'è il punto di vista del Kashmir che dice che è la vacuità che conduce alla posa giusta.
Dunque noi lavoriamo senza il corpo fisiologico, la fisiologia ha unicamente un valore quando ci si occupa di correggere, come quando qualcuno vuole migliorare la sua fisicità per il lavoro corporeo, la fisiologia ha il suo posto. Ma non è nel nostro orientamento (del Kashmir ndr), noi non cerchiamo di migliorare nulla, non cerchiamo di eliminare, quindi lavoriamo diversamente da chi vuole avere una sorta di effetto fisiologico.
Ogni rappresentazione anatomica tende a restringere il sentire. Nel caso in cui si lavora specificamente con una persona, allora lì l'anatomia, complessivamente, ha la sua ragion d'essere.
Nel lavoro di gruppo non si entra nel dettaglio anatomico.
Partite da un corpo vuoto e fate quello che potete fare mantenendo questo corpo vuoto, ed è ciò che destabilizza il mentale, perché l'ego vuole arrivare a qualcosa. Quindi tirerà, allungherà, per sentire e vi fa sentire bene dopo la seduta. Se ci si sente bene vuol dire che si è lavorato male. Vuol dire che ho ricreato ancora il corpo immaginario, cioè di separazione.
Dopo la seduta non si dovrebbe sentire nulla, se non sentite nulla allora siete lo spazio dove tutto il circondario si riflette, che è l'archetipo del corpo.
Il corpo è una rappresentazione del mondo.
Quando abbandono l'immagine personale è il corpo che diventa il mondo, questo è l'orientamento.
Ottobre 2025
La sacralità dello Yoga del Kashmir
Per la tradizione del Kashmir lo Yoga non è un'attività ma una celebrazione dello stato naturale dell'uomo.
Leggi l'articolo
Arte, celebrazione, ascolto e silenzio: sono questi gli aspetti fondamentali dello Yoga del Kashmir. Lo Yoga non può essere uno strumento, è un'arte.
Per la tradizione del Kashmir lo Yoga non è un'attività ma una celebrazione dello stato naturale dell'uomo. Lo stato naturale dell'uomo è uno stato in cui ci si sente appagati; la percezione di questo stato, per tutta una serie di motivi legati alle esperienze personali, alle sovrastrutture psicologiche, sociali e culturali accumulate nella nostra esperienza terrena, è falsata.
Attraverso l'approccio celebrativo dello Yoga del Kashmir si vuole proporre un tentativo di avvicinamento e di ritorno a questo stato naturale di cui abbiamo perso la consapevolezza. L'approccio del Kashmir è semplice dal punto di vista concettuale ma complesso nella pratica, perché siamo molto strutturati: la pratica deve essere libera dai condizionamenti impressi nel corpo, e deve incentrarsi nel rendersi conto di quanto il nostro corpo sia rigido, contratto e condizionato. Eredità di tutto il nostro passato, questa memoria si incontra sotto forma di tensioni, reazioni, aggressività. Riuscire a guardare i propri limiti fisici ce li fa trascendere. Esplorare il corpo senza tralasciare nessuno spazio. Senza interferenza del gradevole o dello sgradevole, dell'amare o del non amare, la non partecipazione psicologica alla postura è lo spazio indispensabile per scoprire le raffinatezze di quest'arte. Nella pratica si vuole esprimere il corpo vacuo che supera lo spazio fisico: ciò che si vuole far emergere è il corpo di energia, il movimento si ferma prima di creare un corpo fisico, ci si muove come dei fantasmi, ed è dunque necessario smorzare la fisicità e l'impegno muscolare nelle posizioni.
L'elemento portante della pratica è l'ascolto: il rendersi conto attimo dopo attimo di ciò che accade, il posizionarsi nel momento e accettare gli accadimenti sotto forma di sensazioni che si presentano. Non siamo abituati al nulla, tutte le nostre azioni sono sempre orientate a un obiettivo; diversamente non agiamo. In questa esperienza, invece, non abbiamo nessuno scopo di apprendimento ma semplicemente una propensione a un ascolto senza personalizzazione.
Lo Yoga non è ginnastica: pur presentandosi con un'esteriorità fisica, prevede un approccio globale che lo distingue dalla ginnastica e che lo eleva ad un'arte. Nella pratica celebreremo questi aspetti dell'uomo: prenderemo delle pose, le esploreremo nella loro fisicità, le spoglieremo di contenuto personale e psicologico, le dissolveremo in un percorso di ritorno che ci conduce a uno stato di silenzio.
L'accento sulla dissoluzione della postura, sulla fase di ritorno, la vibrazione del corpo avvertita come sensazione e il suo riassorbimento nel silenzio: è questa l'essenza della tecnica tradizionale del Kashmir.
Gennaio 2024
Il viaggio di Dante e il percorso dello Yoga: simbolismo e similitudini
Cosa c'entra Dante con lo Yoga? Un parallelismo tra la Divina Commedia e il cammino di purificazione della pratica.
Leggi l'articolo
Vorrei ringraziare innanzitutto il Prof. Basilio Bacile, per avermi invitata alla presentazione della sua opera di traduzione della Divina Commedia in siciliano e per avermi proposto un'insolita riflessione sul parallelismo tra la Divina Commedia e il percorso dello Yoga.
Sono rimasta entusiasta di questo invito perché ha rappresentato uno stimolo a riprendere alcune intuizioni maturate nel passato e rimaste, per mancanza di tempo, inesplorate. È stata dunque un'occasione per un recupero di studi su Dante esoterico e sulle influenze delle tradizioni orientali; ma la cosa più interessante è che in questo periodo, giorno dopo giorno, oltre alle conoscenze intellettuali sono emerse in modo spontaneo — soprattutto durante le mie pratiche personali di yoga all'alba — moltissime intuizioni su questo parallelismo tra il viaggio di Dante e il percorso dello Yoga, provenienti dalla mia esperienza di insegnante e praticante.
È molto bella l'introduzione di Basilio: questa traduzione per lui è stata un cammino di autoconoscenza e non un'opera letteraria, a testimonianza di come lo studio della Divina Commedia stimoli momenti di introspezione. Invito tutti a rileggerla fuori dai canoni scolastici, con un approccio di libero sentire.
Nel IX canto dell'Inferno, Dante indica in modo esplicito che nella sua opera vi è un significato nascosto, da cercare per chi è capace di penetrarlo:
O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde
sotto 'l velame de li versi strani.
«O voi che avete gli intelletti integri, osservate bene l'insegnamento che si cela sotto il velo dei miei versi misteriosi.»
La Divina Commedia è un'opera poliedrica che offre diversi livelli di comprensione a seconda dello stato evolutivo del lettore. Oltre a un significato filosofico-teologico e politico-sociale, contiene un'essenza metafisica e un significato esoterico: rappresenta uno schema di livelli di iniziazione e una mappa della coscienza.
Vi chiederete: ma cosa c'entra Dante con lo Yoga? Dante nasce a Firenze nel 1265; lo Yoga è un'arte millenaria nata in India più di 5000 anni fa. Molti di voi probabilmente non conoscono lo Yoga, o ne hanno un'informazione distorta, derivante dal marketing consumistico dello yoga moderno da palestra.
I primi fondamenti dello Yoga risalgono a 5000 anni fa, nella civiltà della valle dell'Indo, nell'India settentrionale. La parola Yoga si trova per la prima volta nei Veda, raccolta di testi spirituali risalenti al periodo tra il 1500 e il 900 a.C. Il termine deriva dal sanscrito yuj, unione, e vuol dire unire in una visione integrale tutti gli aspetti del nostro essere, da quelli più oscuri a quelli più elevati. La nostra percezione è normalmente limitata agli aspetti più grossolani dell'esistenza; lo Yoga mette in atto una serie di accorgimenti che espandono la coscienza.
Vorrei quindi chiarire il senso dello Yoga per distinguerlo da ciò che oggi prevale in modo consumistico. Lo Yoga va inteso come arte celebrativa, secondo il significato più puro di cui mi sento portatrice — non yoga come ginnastica, non yoga finalizzato allo star bene o a risolvere problemi esistenziali, non yoga terapeutico secondo lo stile americano.
Lo Yoga punta alla spiritualità naturale: non è una religione. Nasce in India nel contesto culturale induista e ne utilizza il simbolismo, ma non ha a che fare con la religione in sé; fa riferimento alla dimensione spirituale naturale dell'individuo. È un'arte celebrativa, e come tale può servire a chi ha intuito l'essenza — quel nucleo immateriale e immutabile che chiamiamo Coscienza, Assoluto o Sorgente. Lo Yoga tradizionale è l'arte di esplorare le rappresentazioni della mente attraverso il corpo; il corpo corrisponde alla topografia del mondo celeste da raggiungere con la pratica.
Mi trovo qui in veste di insegnante di Yoga, e la mia riflessione non è di tipo religioso ma riguarda una spiritualità naturale. Dante indica un percorso verso il Paradiso attraverso l'Inferno e il Purgatorio; lo Yoga propone un percorso attraverso diversi stati, dalla coscienza ordinaria a livelli più elevati, mediante un processo di purificazione. Si parte da elementi densi e oscuri della nostra esistenza, in cui è presente un dualismo estremo — simboleggiato dall'Inferno — si passa a un momento di consapevolezza in cui la densità diminuisce e inizia un percorso di rarefazione — il Purgatorio — e infine avviene un'espansione della coscienza che conduce verso la sorgente, verso gli stati superiori: lo stato meditativo, il Paradiso.
Dante era un illuminato, conoscitore delle dinamiche della mente e della coscienza; gli stadi che descrive sono assimilabili all'attitudine di fondo di una pratica di Yoga secondo la tradizione. Nello svolgersi della pratica ritroviamo le dimensioni della Commedia: l'Inferno rappresentato dalle sensazioni personali di dolore, piacere, fastidio, tensione; poi l'apparato mentale si affina — il Purgatorio — le sensazioni sono spogliate di significato personale e sentite nude, senza filtro psicologico; con il corpo vuoto e deposto si può sentire l'energia, la vibrazione, e se la si lascia dispiegare ci si desoggettivizza: diventa la porta del silenzio, nulla rimane se non ascolto — stato meditativo, Paradiso. Quando le anime passano dal Purgatorio al Paradiso, si avverte una vibrazione.
Dante utilizza il linguaggio possibile per il suo tempo, i primi anni del 1300: un linguaggio religioso che esprime tuttavia concetti relativi a una spiritualità naturale. Sarebbe stato rischioso, per lui, parlare apertamente di spiritualità naturale — avrebbe rischiato il rogo come eretico — dunque ha scelto un linguaggio simbolico, capace di esprimere l'inesprimibile: ciò che non può essere conosciuto attraverso la ragione perché non può essere concettualizzato né espresso a parole. La mente è un bellissimo strumento, ma resta uno strumento: deve poter essere deposto quando non è più necessario, o comunque collocato al suo giusto posto e armonizzato con la totalità di ciò che siamo.
Virgilio, simbolo della ragione, accompagna Dante fino alle soglie del Paradiso, dove cederà il posto a Beatrice, simbolo della grazia divina. Alcuni maestri illuminati — Krishnamurti, ad esempio — descrivono lo stato meditativo come un dono, uno stato di grazia che non può essere raggiunto per atto di volontà: si possono mettere in atto degli accorgimenti, ma poi bisogna abbandonare tutto e affidarsi alla grazia.
È ipotizzabile che Dante sia entrato in contatto con la metafisica islamica: la Divina Commedia risulta impressionantemente somigliante alle opere di Ibn Arabi, mistico persiano nato esattamente cent'anni prima di Dante — nel 1165, a Murcia, in Spagna — e morto a Damasco nel 1240. Il suo personaggio Mohammed, nel Libro del Viaggio Notturno, intraprende un viaggio molto simile a quello di Dante. Come Dante possa aver conosciuto queste opere resta una domanda aperta, dato che un incontro diretto tra i due è impossibile; è probabile che ciò sia avvenuto attraverso gli ordini cavallereschi di cui Dante faceva parte, e nei quali ricopriva ruoli importanti.
Ipotizzo che Dante possa aver subito l'influenza indiana attraverso l'intermediazione araba: troviamo infatti una moltitudine di descrizioni simboliche dei diversi stati di coscienza, e lo stesso schema dei cicli cosmici e della cosmogonia, che richiamano quelli del mondo indù. Ibn Arabi fu a sua volta influenzato dal monismo assoluto dello Sivaismo del Kashmir, nella tradizione di Abhinavagupta, secondo cui il mondo è riflesso della coscienza — uno schema che ritroviamo nella Divina Commedia.
Dante era un illuminato, un maestro, un conoscitore delle dinamiche della mente e dei diversi stati di coscienza: in lui non c'è solo una conoscenza intellettuale delle tradizioni orientali dell'islam e dell'induismo, acquisita attraverso gli ordini cavallereschi, ma una conoscenza diretta del reale, dell'Assoluto, che chiama Paradiso — non solo contenuto intellettuale, ma descrizione di stati di coscienza così accurata da poter essere resa solo da chi li ha vissuti in prima persona.
La Divina Commedia è piena di simbolismi e parallelismi rispetto allo Yoga. Mi soffermo su due temi: la purificazione e la verticalità.
La purificazione è uno dei temi del Purgatorio, il luogo in cui le anime si purificano — «dove l'umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno» (Purg. I, 1-6). Dante e Virgilio risalgono dal centro della Terra verso la superficie e si ritrovano agli antipodi di Gerusalemme, dove, su un'isola nell'Oceano Pacifico, si eleva la montagna del Purgatorio. Dante la colloca al Polo Sud e la raffigura come un monte da salire — il «sacro monte» (Purg. XIX, 38) — indicando un cammino di redenzione dal basso verso l'alto, che allontana dalla terra per rendere degni del cielo. Sulla sua cima Dante colloca il Paradiso terrestre: la montagna affonda le radici nella terra, dove è l'Inferno, ma le vette sfiorano il cielo.
Perché una montagna? È un simbolo ascensionale, legato alla salita e alla fatica, al dolore e alla sopportazione: innesca il processo spirituale che innalza l'uomo al di sopra di sé. Le anime del Purgatorio devono salire per compiere la loro purificazione. Il Purgatorio è costituito da sette cornici, una per ciascun vizio capitale (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria); all'ingresso, l'angelo guardiano incide sette P sulla fronte di Dante, e a ogni cornice superata un angelo ne cancella una, annunciando una beatitudine — un processo di purificazione che si compie attraverso la progressiva scomparsa delle P.
È tipico dello Yoga tradizionale questo processo di rarefazione: da stati di coscienza più densi, che corrispondono all'Inferno, si procede via via verso situazioni più sottili.
La verticalità nello Yoga è un dinamismo fondamentale, presente in tutte le posizioni: evoca l'unione tra terra e cielo, l'integrazione di tutti gli stadi dell'uomo, dal fisico allo spirituale. Nella Divina Commedia, oltre alla montagna, la verticalità è evocata dalle stelle: sono visibili dai tre regni, e le tre cantiche si concludono tutte con la stessa parola. Nell'Inferno, «e quindi uscimmo a riveder le stelle» segna il ritorno allo stato propriamente umano, da cui si può percepire un riflesso degli stati superiori. Nel Purgatorio, «puro e disposto a salire a le stelle» arriva dopo il processo di purificazione. Nel Paradiso, «l'amor che move il sole e le altre stelle» designa, come termine ultimo del viaggio celeste, il centro divino — il motore immobile, nell'espressione di Aristotele.
Le stelle sono dunque il filo conduttore che unifica i tre mondi: una visione integrata in cui anche gli elementi più oscuri sono riflesso della coscienza, del divino. È monismo assoluto — tutto è riflesso della coscienza — ed è una visione tantrica dell'esistenza. La simmetria fra i tre mondi di Dante rispecchia la struttura cosmologica indù, e suggerisce un'esplorazione in entrambe le direzioni: una coscienza che si espande e che si dissolve. Richiama la manifestazione dell'asana, che si crea, si espande e si dissolve nel suo ritorno — così come la dinamica del respiro: una fase discendente, verso una differenziazione sempre più accentuata, e una ascendente, di ritorno verso lo stato originario; il centro della Terra, punto di massima densità, corrisponde al corpo di Lucifero, e da lì si produce il cambiamento di direzione.
Ottobre 2021
Brahma Muhurta
Un'ora e trentasei minuti prima dell'alba: perché Maria pratica sempre a quest'ora, e cosa cambia nella giornata.
Leggi l'articolo
Ho letto di Brahma Muhurta, il tempo di Brahma, il tempo della creazione: un'ora e trentasei minuti prima dell'alba. Secondo gli indù, bisognerebbe sempre alzarsi a quest'ora. Nella tradizione vedica questo periodo è considerato il momento ideale per le pratiche spirituali, come la preghiera e la meditazione: le prime ore del mattino sono il momento migliore per imparare a percepire gli aspetti più sottili dell'esistenza. È un momento rigenerante.
Mi alzo naturalmente alle cinque del mattino, e la mia pratica di yoga avviene proprio in questo intervallo magico. Lo sperimento sulla mia pelle: c'è davvero qualcosa di intenso in questo momento del giorno, e il resto della giornata è diverso quando mi alzo presto rispetto alle rare volte in cui tardo. Un'energia rimane impressa per tutto il giorno; il corpo si trova in una condizione favorevole, e c'è anche una produzione naturale di melatonina al suo massimo.
Trovo tutto questo molto interessante, perché corrisponde al mio modo di sentire e di organizzare l'inizio della giornata.
Marzo 2019
Il turbine dei pensieri
Un'allieva confessa di non riuscire a concentrarsi durante la pratica: la risposta di Maria su cosa fare, e cosa non fare, con il turbine dei pensieri.
Leggi l'articolo
Alla fine della pratica un'allieva scioglie Savasana e sembra un po' agitata e infastidita.
Allieva: Non sono riuscita a concentrarmi e avevo un turbine di pensieri.
Maria Cicero: Non devi pensare di concentrarti e non devi cercare di acquietare i pensieri, se hai pensieri non puoi eliminarli mediante un atto di volontà, puoi semplicemente renderti conto della loro esistenza, se pensi di attenuarli non farai altro che potenziarli, devi invece metterti a guardarli da una posizione sovramentale, dunque, indirettamente potrà manifestarsi uno stato in cui i pensieri si attenueranno.
È un luogo comune pensare che è bene non avere pensieri ed è male avere la mente piena di pensieri!
Vanno bene entrambe le situazioni, essendo i pensieri una forma di tensione mentale, la consapevolezza del turbine dei pensieri svela il funzionamento e attenua, come effetto spontaneo, la loro intensità.
Ottobre 2018
Offrire lo Yoga è uno sforzo nobile e sacro
Il racconto dell'inaugurazione della nuova sede in via Guglielmo Borremans: le parole di Maria e i primi sguardi sulla sala di pratica.
Leggi l'articolo
Sabato 22 settembre si è svolta l'inaugurazione della nuova sede, della Scuola di Yoga "Palermo Yoga", in via Guglielmo Borremans, 9. C'è un'atmosfera di sacralità nell'aria, si diffondono odori di lavanda e olio essenziale di ylang ylang, qualcuno afferma che sembra una Cappella…!! Direi, invece che sembra un Tempio, non nel senso religioso del termine, ma nel significato naturale, che fa emergere, cioè, l'elemento sacro, contenuto nelle vite di ciascuno.
Si svolgono due pratiche di Yoga per l'occasione, la prima, è tenuta da Maria Cicero, insegnante e Presidente di Palermo Yoga, la seconda, da Aido Mangiaracina, insegnante dell'Associazione.
Introduce e saluta i partecipanti Maria Cicero:
Questo è un giorno molto importante per la nostra Scuola, celebriamo questo spazio come nuova sede. Il nostro progetto di Yoga nasce nel 2005 sulla scia degli insegnamenti del Maestro Salvatore Sanfilippo, propone lo Yoga secondo l'impostazione rigorosa di una tradizione. Yoga nella cultura indiana rappresenta un Darshana, dalla radice sanscrita drś, cioè "vedere", può essere tradotto "punto di vista", è una delle sei Scuole del sapere, Samkhya, Nyaia, Vaisesika, Yoga, Mimansa e Vedanta. Queste Scuole incontrano trasversalmente tutti i rami del sapere e hanno come scopo l'indagine della Realtà. Nella cultura indiana non c'è contrasto tra i vari settori del sapere, "sono punti di vista" di un'indagine conoscitiva e tutti conducono alla Realtà Ultima. Yoga dunque si trova all'interno di un apparato del sapere caratterizzato da rigore e serietà, Yoga non è ginnastica, è una disciplina equiparabile ad una scienza.
Sbirciamo nella sala di Yoga, siamo incuriositi, desideriamo vedere l'allestimento, si entra a piedi scalzi, in silenzio e soltanto per praticare. Alle pareti ci sono le gigantografie di tre Yogini del Tamil Nadu, X sec. in posizione Siddhasana; cattura la nostra attenzione una grande immagine di Shiva, nella forma di un Ekamukhalingam, che simboleggia la coscienza pura e assoluta, la forma più dematerializzata della Realtà. Sulla parete nord alle spalle della postazione dell'insegnante, si trova un olio su tela, molto colorato e psichedelico, intitolato "Creazione e Dissoluzione". Sintetizza in modo simbolico, il ciclo cosmico di creazione e dissoluzione dell'Universo e rispecchia contemporaneamente il funzionamento della coscienza.
Gli allievi sono seduti sui tappetini nell'attesa dell'inizio della lezione, qualcuno vorrebbe entrare per assistere e guardare, ma l'insegnante afferma che non è possibile rimanere nella sala senza praticare, lo Yoga non è qualcosa da guardare come un'esibizione di danza o di ginnastica artistica, è un'esperienza interiore che va vissuta direttamente, quindi, invita ad uscire dalla sala coloro che non praticheranno.
Nell'intervallo tra una lezione e l'altra osserviamo i volti distesi di coloro che escono dalla sala di Yoga, notiamo un vero e proprio effetto lifting, appaiono soddisfatti e rilassati, alcuni volti ricordano l'espressione illuminata delle statue di Jayavarman, imperatore-divinità dell'impero Khmer in Cambogia.
Adesso possono assaporare una tisana e dolci di mandorla e cioccolata, raccogliamo impressioni a caldo: alcuni sono allievi fedeli e praticano da diversi anni, altri sono alla prima esperienza e pensano di incominciare il corso di yoga invernale, sono tutti molto soddisfatti.
Dicembre 2017
Riflessioni sullo Yoga Tantrico del Kashmir
Cos'è davvero lo yoga non duale del Kashmir? Un percorso tra tensione e trasformazione, tantra e fisica quantistica.
Leggi l'articolo
La motivazione all'approccio allo yoga è prevalentemente di tipo egoistico (motivi di stress, dolori e malesseri fisici, eccetera), l'intenzione che spinge è quella di migliorare il benessere psicofisico, ma lo yoga può dare una chiave di accesso ad una dimensione globale. L'approccio può limitarsi ad una componente esclusivamente fisica e cogliere il benessere indotto dagli asana vissuti esclusivamente in modo grossolano, oppure può condurci ad esplorare le potenzialità dello yoga, attraverso il sentire la vera natura dell'asana, l'asana può diventare una chiave di accesso verso dimensioni più sottili (corpo energetico e stato meditativo).
Lo yoga è diventato un fenomeno sociale, largamente diffuso, molto commerciale per alcuni aspetti, il consiglio è di dimenticare alcuni luoghi comuni dello yoga: rilassate il corpo, calmate la mente, eliminate le tensioni, allontanate i pensieri, concentratevi, in un'unica espressione l'invito è di abbandonare tutti quegli atteggiamenti che tendono a provocare qualcosa, se il corpo è teso dobbiamo semplicemente constatarlo, non dobbiamo volontariamente provocare lo scioglimento delle tensioni perché ciò è impossibile, le tensioni sono importantissime, lo scopo della posizione è rivelarmi le tensioni che erano nascoste, sentire la tensione fa sì che questa si liberi, dunque è la trasformazione della tensione. Ciò si traspone anche sul piano psicologico, quando c'è un conflitto non cerco più di appianare o rimuovere ma posso realmente sentirlo e a un certo punto il conflitto non sarà più conflittuale.
È chiaro che qualcosa durante la pratica bisogna pur fare un esercizio di volontà, bisognerà esercitarlo per mettere in atto qualcosa: e allora come risolvere questo apparente paradosso? Non esercitare nessun atto di volontà e seguire ciò che viene detto di fare durante la pratica? Si può risolvere intendendo tutto ciò che vi dirò di fare durante la pratica prendendolo come dei suggerimenti, dovete seguire soprattutto le sensazioni che emergono piuttosto che questi suggerimenti.
Cos'è e cosa si intende per yoga non duale o tantrismo del Kashmir? Domanda ricorrente. La comprensione dello yoga non duale del Kashmir richiede tempo, perché non va soltanto compresa intellettualmente ma soprattutto attraverso la pratica.
Per cercare di spiegare il significato vorrei fare riferimento al concetto tradizionale indiano dell'universo, la Realtà Suprema, l'Assoluto è Coscienza Assoluta, ente supremo e indifferenziato, aspetto statico Shiva, non appena questa coscienza si predispone a emanare un universo, essa si presenta come unità di due principi, Coscienza ed Energia, Shiva e Shakti, l'elemento statico e Assoluto e l'energia, l'elemento dinamico. Ogni parte dell'universo, fisica o mentale, è espressione particolare di questo Assoluto. Il tantrismo è il ritorno al principio originario, alla coscienza assoluta. Nella tradizione indiana, la coscienza, il silenzio, è simboleggiato come maschile, mentre la sua espressione nello spazio-tempo è simboleggiato come femminile. Il mascolino è la verità ultima, il principio metafisico. Il femminile è la sua proiezione.
Le più recenti teorie dell'Universo presentano un'impressionante similitudine rispetto a questa impostazione classica della Realtà, scienziati come Alain Aspect e David Bohm propongono un'idea olografica dell'Universo. Alain Aspect, fisico direttore di ricerca al CNRS (centro nazionale di ricerca scientifica, la più grande organizzazione di ricerca pubblica in Francia) effettuò esperimenti sulla correlazione quantistica fra particelle, negli anni '80 il suo team di ricerca scoprì che sottoponendo a determinate condizioni delle particelle subatomiche come gli elettroni, esse sono capaci di comunicare istantaneamente l'una con l'altra a prescindere dalla distanza che le separa, sia che si tratti di qualche millimetro sia di diversi miliardi di chilometri. Questo fenomeno portò a due tipi di spiegazioni: o la teoria di Einstein (che esclude la possibilità di comunicazioni più veloci della luce) è da considerarsi errata, oppure, più possibilmente, le particelle sub-atomiche sono connesse non localmente, esiste cioè qualcosa di non tangibile e non visibile che mantiene collegati gli atomi a prescindere dallo spazio (e quindi anche del tempo?). La comunità scientifica ufficiale ha reagito negando la possibilità di fenomeni che oltrepassino la velocità della luce, l'esperimento di Aspect rivoluziona i vecchi postulati provando che il legame tra le particelle sub-atomiche è di tipo non locale. David Bohm, fisico americano dell'Università di Londra (La fisica dell'infinito), sosteneva che le scoperte di Aspect implicassero l'esistenza di un Universo inteso come un'enorme ologramma (olos, la totalità). Il motivo per cui le particelle subatomiche rimangono in contatto, indipendentemente dalla distanza che le separa, risiede nel fatto che la loro separazione è un'illusione e ad un qualche livello di realtà più profondo, tali particelle non sono entità separate, ma estensioni di uno stesso organismo fondamentale.
Sempre secondo il fisico americano, se le particelle ci appaiono separate è perché siamo capaci di vedere solo una porzione della loro realtà, la loro separazione è solo apparente. Tutto l'universo quindi sarebbe una proiezione di qualcos'altro e ad un livello più profondo tutte le cose sono collegate, tutto compenetra tutto e tutta la natura non è altro che un'immensa rete ininterrotta, un magazzino cosmico di tutto ciò che esiste, ogni particella esistente contiene in sé stessa l'immagine intera. La struttura fisica del nostro corpo non è altro che una proiezione olografica della coscienza. Siamo pura coscienza che fa esperienza in un corpo, siamo senza confini: quando il corpo di difesa si elimina si sente il corpo originario, non è più un corpo chiuso ma è un corpo di spazio, non è un corpo personale ma è un corpo di energia.
Il termine tantra deriva dalla radice tan, che significa tendere, distendere, ma anche produrre: il vocabolo tantra significa telaio (lo strumento per tendere la trama di un tessuto), e poi anche struttura, sistema di riti e cerimonie, trattato dottrinale. Secondo uno schema tradizionale i tantra trattano della creazione, dissoluzione, culto, poteri sovrumani e unione con l'essere supremo.
La via tantrica è un modo per riavvicinarsi alle regole cosmiche, un modo di sentire i legami di unità con tutti gli esseri. Il tantrismo è l'arte di riconoscere la maestà della vita in tutte le espressioni.
Ma come si traspone tutto ciò nella pratica?
Il mondo, abbiamo detto, è il riflesso della coscienza, il corpo ne è la rappresentazione più estrema, è a questa contemplazione che ci porta l'arte dello yoga. L'approccio tantrico del Kashmir è semplice dal punto di vista concettuale ma è complesso nell'approccio completo perché siamo molto strutturati, la pratica deve essere libera dai condizionamenti impressi nel corpo, la pratica è incentrata nel rendersi conto di quanto il nostro corpo è rigido, contratto, condizionato. Eredità di tutto il nostro passato, questa memoria si incontra sotto forma di tensioni, reazioni, aggressività. Il riuscire a guardare quelli che sono i limiti fisici ce li fa trascendere. Esplorare il corpo senza tralasciare nessuno spazio. Senza interferenza del gradevole o dello sgradevole, dell'amare o del non amare, la non partecipazione psicologica alla postura è lo spazio indispensabile per scoprire le raffinatezze di quest'arte. Nella pratica si vuole esprimere il corpo vacuo che supera lo spazio fisico, e ciò che si vuol fare emergere nella pratica è il corpo di energia. Quindi è necessario smorzare la fisicità e l'impegno muscolare nelle posizioni. L'essenza dell'asana è la distensione, la mancanza di partecipazione muscolare durante la posizione permette poi un bagno di energia straordinario. Affrontare l'asana con un corpo vacante: l'accento sulla dissoluzione della postura, sulla fase di ritorno, la vibrazione del corpo avvertita come sensazione e il suo riassorbimento nel silenzio, sono l'essenza della tecnica tradizionale del Kashmir.
Settembre 2017
Dalla sensazione alla vibrazione
Un breve esercizio di ascolto in savasana, per lasciare che le sensazioni si diffondano fino a diventare un'unica vibrazione.
Leggi l'articolo
Quando si suscitano sensazioni riferite a parti del corpo, non lasciare che rimangano localizzate nelle singole parti, ma lasciare che si espandano in tutto il corpo e che poi si dileguino nella parte posteriore della testa sulla nuca. Ad esempio distesi in posizione di savasana, si suscitano sensazioni agli occhi, parte anteriore degli occhi, parte posteriore, in alto, in basso, i globi oculari per intero, sentire contemporaneamente i palmi delle mani che sono a contatto con la terra, sensazioni alle piante dei piedi, simultaneamente. Lasciare libere le sensazioni che emergono di diffondersi in tutto il corpo, il loro amplificarsi da questi tre punti iniziali genera delle onde di propagazione che avvolgono il corpo in un'unica vibrazione e il corpo perde la sua consistenza fisica.
Dicembre 2015
Lo Yoga non porta a niente
Per Eric Baret lo yoga è un'arte gratuita, senza scopo: una riflessione sull'assenza di intenzione nel movimento.
Leggi l'articolo
L'evidenza di un movimento di yoga, di una posizione in un'arte marziale o di un gesto di danza necessita, per il suo compimento luminoso, una totale assenza d'intenzione. Nessun andare, niente posto per un compimento personale, unicamente la celebrazione di ciò che è.
Volontà vorrebbe dire intenzione, pensare che un movimento porta a qualcosa, lo Yoga non porta a niente. È per questo che è un'arte, l'arte è gratuita, è quella la sua essenza. La pratica è fatta per la gioia di celebrare la vita. Non può esserci nessuna volontà là dentro. Senza attesa né domanda si esprime la gioia di vivere. Il corpo conosce il movimento giusto. In verità, non c'è mai volontà, anche se decidete di alzare un braccio si potrebbe scientificamente provare che il movimento psicologico di sollevare il braccio è cominciato qualche millesimo di secondo prima della vostra decisione. Ma l'ego, con la sua immaginazione malata di voler dirigere, non ha questa sensibilità e immagina di decidere.
Maggio 2015
Le emozioni secondo il Tantrismo del Kashmir
Dalla collera alla meraviglia: come la tradizione del Kashmir invita ad accogliere le emozioni invece di superarle.
Leggi l'articolo
Abhinavagupta descrive le emozioni, dalla collera alla meraviglia, come altrettante strade per apprendere il divino quando vengono vissute in maniera non concettuale. L'emozione è psicologicamente neutra e tattilmente infinita. Quando la gioia, la paura, la tristezza sono accolte in una corporeità all'ascolto della vita, in colui che non lega l'emozione alla sua causa apparente, la stessa emozione, nella sua estrema dilatazione, si consumerà per poi riassorbirsi in una presenza non oggettiva. La pratica tradizionale del Kashmir è fatta per rendersi disponibili all'emergere dell'emozione, contrariamente allo yoga definito classico che mira a contrastarla, a superarla, ad accettarla: l'emozione che dimora in me non ha bisogno di essere giustificata, provata, formulata, ha bisogno di essere sentita. Perché possa svelarsi, liberarsi dalla sua causa apparente ed esprimersi in tutta la sua risonanza, il corpo deve diventare tutto ascolto. Libero dai preconcetti il sentimento non sarà vissuto secondo la vita psicologica ma come esperienza tattile, come un fuoco d'artificio sensoriale senza limiti: più si è liberi dall'immaginario, più è presente la capacità di accoglimento senza restrizione. Più si sviluppa la capacità di vivere un'emozione senza psicologia, più si rivela la meraviglia della vita in tutte le sue forme.
Cominciate ad osservare perché siete qui oggi. Cercandone la ragione, potreste scoprire il senso di una privazione interiore, una specie di fame che siete venuti a cercare di soddisfare qui. Prima di cominciare con la pratica bisogna comprendere che in realtà non vi è nulla da raggiungere, è necessario eliminare ogni tipo di aspettativa, si propone infatti un processo di impoverimento. Nel momento in cui sarete completamente persuasi di ciò si produrrà un arresto. Ogni energia prima diretta verso un fine ritorna alla sua origine e voi sarete ricondotti alla vostra presenza. Quando il vedere e l'udire sono divenuti liberi da ogni motivazione, fine da raggiungere e intenzione, l'intero corpo ascolta e voi potete sentire che l'ascoltare e il vedere si dissolvono in questa presenza. Da ultimo non c'è più un soggetto che vede né un oggetto che è visto, c'è soltanto unità.
Marzo 2015
Lo Yoga può aiutare a risvegliare il Sé?
Un pensiero di Jean Klein sull'ascolto silenzioso, tratto da La naturalezza dell'essere.
Leggi l'articolo
Quando accorda uno strumento musicale, è l'ascolto che la conduce ad accordarlo in modo perfetto e a suonarlo in modo perfetto. Allo stesso modo, soltanto l'ascolto la conduce ad una posizione perfetta e alla possibilità di riarmonizzare tutte le energie disperse. Questo ascolto la pone sulla soglia della consapevolezza silenziosa. Se lei pratica lo yoga per arrivare a qualcosa, allora lascia questa soglia. Lo yoga può persino diventare un ostacolo, perché può generare la persuasione che ciò che lei fondamentalmente è, sia un fine che può essere raggiunto attraverso qualche sistema o progresso. E questo credere nel progresso la allontana ulteriormente da se stesso. Si liberi da questo bisogno di cercare la sicurezza in un'immagine. Quando ogni produzione ha fine, lei arriva a conoscere ciò che non è. Si estingue il riferimento al passato e ogni preconcetto ha termine, e lei è ricondotto alla soglia dell'ascolto silenzioso.
Gennaio 2013
«I coccodrilli non pensano»
Un breve testo di Eric Baret sull'approccio tradizionale del Kashmir: il corpo tattile, e un cervello silenzioso come un coccodrillo sulla riva.
Leggi l'articolo
L'approccio tradizionale del Kashmir consiste nel constatare molto chiaramente cosa sono la macchina corporea e la macchina mentale. La pratica è mettersi a disposizione del corpo, lasciare che la struttura venga pacificata dall'intensità dell'ascolto della nostra sensorialità in risveglio. Il corpo tattile si risveglia nella pratica, e partecipa al dissolversi del corpo schematico e condizionato. Il cervello diventa allora silenzioso, vivo, sensibile e immobile come un coccodrillo sulla riva: né anticipazione, né memoria, tranquillità senza inizio né fine, silenzio bruciante di vita.
Novembre 2012
Pranayama, arte del respiro
Una raccolta degli insegnamenti di Eric Baret sul respiro: la vibrazione, i due momenti d'arresto, il senso sacro del Pranayama.
Leggi l'articolo
Il testo che proponiamo oggi è un collage di elementi raccolti attraverso le conversazioni, i seminari, gli scritti che Eric Baret propone nel cuore della sua trasmissione. Ho cercato di assemblare il tutto seguendo il più possibile l'armonia e la quiete che le parole di Baret trasmettono, cercando di trasferirne allo stesso tempo la densità e la leggerezza, rispettando soprattutto il senso profondo di quello che lui definisce "insegnamento tradizionale cachemiro". Nell'intento di condividerle e diffonderle, auguro a tutti una buona lettura e soprattutto buona vita.
A livello puramente tecnico, la parola energia è un concetto che varia l'interpretazione secondo il suo impiego: in fisica quantica, nello Yoga o in ogni ambito. Nello Sivaismo del Kashmir, è utilizzato il termine Spanda e si traduce con vibrazione. La vostra immagine del termine energia è sicuramente differente dalla mia, ne parliamo insieme essendo d'accordo, ma siamo d'accordo su qualcosa di diverso. Quando parliamo al livello dello Yoga Tantrico, affrontiamo un'arte di decostruzione di tutto a priori cerebrale. I circuiti di neuroni costruiti per difendere e affermare, sono poco a poco decostruiti dallo Yoga. Di conseguenza, lo Yoga Tantrico è proibito a tutte le persone che hanno problemi psicologici, perché bisogna essere in buona salute per imparare a morire giorno dopo giorno. Il tantrika, senza antagonismo, può entrare in quella destrutturazione tecnica dello Yoga e lasciare morire tutti i suoi concetti e le idee sull'energia, per divenire sensibile a ciò che è lì, senza nominarlo mai.
La prima esperienza, quando ci si siede o ci si allunga sul tappeto e si smette di pensare il corpo, è un sentire non concettuale. Sentire che il corpo, per sua natura, passa da un cammino di pesantezza, di densità, di calore e arriva a un certo momento a ciò che possiamo definire vibrazione. Quella vibrazione è un vero sentire che non è né dentro né fuori. Nello Yoga Tantrico lasciamo ogni rappresentazione geografica d'essere situati in un corpo. Il corpo è percezione, vibrazione fatta del movimento della vita. La respirazione è una delle polarizzazioni di quel movimento. Quando un dinamismo precede l'esplorazione, come un'onda tattile che s'incarna poi psicologicamente, l'inspirazione fisiologica s'arresta e si sente un flusso di energia, che continua al di là di quell'arresto. Quell'onda ridiscende e inizia l'espirazione fisiologica; poi l'espirazione fisiologica s'arresta, ma non il prolungamento energetico, e un'onda continua. L'entrare nel rito del Pranayama è quella scoperta, quel movimento tattile d'energia che precede, succede e irriga la respirazione fisiologica. L'inspirazione e l'espirazione diventano allora completamente passive e quell'onda completamente attiva: un po' come quando facciamo un movimento del braccio nell'acqua, il braccio si ferma mentre le ondulazioni dell'acqua continuano.
Più esploro ciò che prolunga quei movimenti, più mi accorgo che dopo l'ispirazione il movimento dell'energia è sentito come una chiusura, una forma di silenzio. È un silenzio dell'ispirazione e dell'espirazione, ma non è un silenzio dell'energia. Durante il punto di riposo, un immenso dispiegamento dell'energia si produce, poi l'energia si concretizza nell'espirazione. L'espirazione si compie, l'energia si dispiega nel vuoto e qualcosa ricrea l'inspirazione. All'inizio dell'esplorazione i riposi sono vuoti in rapporto all'inspirazione e all'espirazione. Più tardi la disponibilità a quei momenti d'arresto, dopo l'inspirazione e l'espirazione fisiologiche, nei quali l'energia si prolunga, diventa il cuore di quell'arte magica. I due momenti d'arresto sono allora il punto faro della pratica, il sole e la luna dell'atto rituale. L'astro raggiante del riposo dopo l'inspirazione sarà poco a poco assorbito, divorato dalla luna nera del riposo dopo l'espirazione. La magnificenza della ritenzione positiva e la sua dissoluzione nel retroterra è l'essenza del Pranayama cachemiro.
L'attenzione alla carezza dell'aria alle narici è un frammento importante dell'arte del Pranayama. Datevi senza restrizione a questa carezza. Non portate l'accento né sul ritmo, né sulla localizzazione (inferiore, mediana e superiore). Lasciate la sensazione delle narici diventare immensa, come se prendeste l'aria a trenta centimetri davanti ad esse fino a trenta centimetri dietro la testa. Riportate il soffio di nuovo lì, fino al punto di partenza di fronte alle narici. Risentite la grande distesa degli orifizi. Se non forzate il vostro ritmo naturale constaterete che la narice non si gonfia né all'inspirazione né all'espirazione. L'aspetto "animale" della respirazione vi lascia e diventate coscienti delle correnti di energia. L'evocazione di certi profumi può aiutarvi: il gelsomino, la rosa, il profumo di qualcuno che amate. Sentite questi profumi andare e tornare. Queste evocazioni porteranno una grande sensibilità della struttura. Quando affinate la sensibilità, potete provare gli stessi elementi con una sola narice, senza chiudere l'altra con le dita. Mettendo l'accento su una sola narice, l'altra naturalmente sparirà.
Ma soprattutto rendetevi conto del senso sacro del Pranayama. Datevi all'espirazione senza spingerla, andate con lei. Sentite che svuotate il corpo degli ingombri. È il conosciuto, la memoria, che eliminate. Lasciate il riposo che segue essere un vero "lasciare la presa". Non precipitatevi verso l'inspirazione, datevi a questo riposo. L'inspirazione zampilla tranquillamente senza bisogno. I diversi tempi appaiono in un'attenzione recettiva come i ritmi cosmici che creano e disfano i mondi. Il soffio sacralizza il corpo. Non abbiate fretta. Non aspettate nulla. Siate tutto ascolto. Scoprite la vostra sensibilità naturale. Quest'arte, nella sua sottilità, tale e quale è insegnata nel Kashmir, è illimitata. Gli elementi suggeriti qui sono solo un frammento. Ne imparerete numerosi altri. Un giorno questi frammenti si riuniranno senza sforzo. La ricchezza della creazione è infinita e tutti questi aspetti sono sostenuti dall'energia, il soffio: Prana. Scopritela.
Soltanto nei momenti successivi a questi percorsi di esplorazione della nostra componente più sottile, è finalmente comprensibile il significato autentico, la vera natura del Pranayama. La parola meditazione non può più essere intesa come ulteriore tappa, essendo istantaneamente e concretamente evocata fin dai primi istanti in questo modo di intendere e svolgere la pratica. Eric Baret riporta lo Yoga Tantrico alla sua essenziale natura di arte.
Settembre 2012
Dal discorso inaugurale del corso 2012/13
Perché il corso di Yoga Tantrico del Kashmir, così altisonante nel nome, si basa in realtà su un approccio di estrema semplicità.
Leggi l'articolo
Benvenuti a tutti, siamo giunti all'ottavo anno di attività di Palermo Yoga: vi ho voluti incontrare prima dell'inizio delle pratiche per parlare dello yoga, per accogliere dubbi e curiosità prima dell'inizio del corso. Il corso di Yoga Tantrico del Kashmir, così altisonante, in realtà si basa su un approccio di estrema semplicità. Si tratta di un corso di Hatha Yoga con una forte attenzione all'approccio mentale e alla direzione del pensiero. Queste tecniche mirano ad affinare la sensibilità alle correnti essenziali della vita.
Se siete qui oggi per seguire un corso di Yoga, o per i "vecchi" per continuare a seguire la strada dello Yoga, è perché la vostra aspettativa è diversa dall'ambiente palestra: lo Yoga offre un'occasione per poter evolvere, fisicamente, mentalmente e spiritualmente. Una cosa è certa, chi pratica Yoga con regolarità sicuramente migliora il proprio stato di essere, tutti possono praticare lo Yoga e tutti ottengono dei benefici. Ciò che differenzia lo Yoga Tantrico del Kashmir dagli altri stili di Yoga è proprio l'approccio mentale: non bisogna affannarsi a fare, ma bisogna tentare di fare il meno possibile, il nostro corpo e la nostra mente sono già abbastanza stressati dalle attività del quotidiano. Qui si partecipa ad un processo di impoverimento, dobbiamo alleggerirci di tutti i normali contenuti del quotidiano, senza un'imposizione ma in maniera dolce e senza costrizioni: attraverso le sensazioni fisiche del momento si creerà un rendersi conto graduale di quanto il nostro corpo è un corpo di difesa, di tensione e di reazione. Quando il corpo di difesa si elimina si sente il corpo, il corpo originario: non è più un corpo chiuso ma è un corpo di spazio, non è un corpo personale ma è un corpo di energia.
Questo percorso si effettua qui sul tappetino utilizzando le classiche posizioni, asana, dell'Hatha Yoga, ma lo stesso approccio mentale, a poco a poco, in maniera spontanea, può trasporsi all'approccio del nostro vivere: e qui vi assicuro, se avrete la costanza e la pazienza nella pratica, vi accorgerete di come la vita sia magica e come possa concedervi doni inaspettati. Lasciare da parte l'ego nelle decisioni personali, in una fase della vita in cui si vuole evolvere, a volte ci apre scenari e soluzioni inaspettati. Si tratta di un percorso di avvicinamento alla naturalità dell'individuo, a quelli che sono i propri ritmi vitali naturali, che non sono più sentiti perché nascosti dall'oblio della vita di tutti i giorni. L'uomo infatti nella routine quotidiana vive nella dualità e si trova in balìa degli eventi: se avviene un evento favorevole è felice, se avviene un evento spiacevole va in tilt nel dolore. Lo Yoga aiuta a mantenere una direzione, una solidità anche nei momenti sfavorevoli, e aiuta ad equilibrare la fisiologia fisica del corpo.
Gennaio 2012
Degli yogin e degli uomini
Un ritratto ironico e affettuoso di tutti i modi, seri, buffi, contraddittori, in cui si può essere yogin.
Leggi l'articolo
C'è chi yamaniyamizza da mattino a sera e c'è chi se ne frega degli yama-niyama.
C'è chi occupa un'ora di yoga con tre posizioni e c'è chi incatena sessanta posizioni in mezz'ora.
C'è chi ispira dal basso in alto e c'è chi ispira dall'alto in basso.
C'è chi si dopa di kapâlabhâti e c'è chi, dopo cinque respirazioni, ha un'aria da eroe stanco.
C'è chi medita all'alba, altri la sera, certi girati verso l'est, certi girati verso loro stessi, altri che non meditano affatto, e altri che credono di meditare.
C'è chi si annoia meditando e c'è chi non sa che si annoia meditando.
C'è chi sbraita dei mantra, chi armeggia nel tantra, chi disegna gli yantra, e altri che confondono mantra, tantra e yantra.
C'è chi sa il sanscrito, chi fa credere che sa il sanscrito e chi si immagina che in India tutti parlano sanscrito.
C'è chi è andato in India, voglio dire in un ashram in India, e chi ha paura di andare in India, sia mai che l'India non somigli per niente all'India.
Ci sono i Gurologi, i Gurofoni, i Gurofili, i Gurolatri, i Gurumaniaci, i Gurofobi, i Guropati, i Gurocidi, i Gurofagi, e ancora ci sarebbero alcuni guru.
C'è chi ha letto gli Yoga-sûtra e chi guarda dall'alto in basso chi non ha letto gli Yoga-sûtra. C'è chi fa finta di avere letto gli Yoga-sûtra, e altri che ne hanno letto un riassunto. E c'è chi li confonde con il Kâma-sûtra.
C'è chi è per le scuole: scuole del nord, scuole del sud, scuole del nord-ovest, del sud-sud-ovest, Kashmir del XII secolo, Bihar del XIV, tantrismo sikh, giainismo della mano sinistra... e altri che sono contro le scuole (abbasso i sistemi, viva la spontaneità!), altri che dicono che tutte le scuole si equivalgono, tutto è in tutto o no? E chi cambia scuola ogni due anni e chi non sopporta chi cambia scuola.
C'è chi ha sei chakra, di cui tre aperti, altri ne hanno sette, quattordici o sessantaquattro, e tutti aperti, o alternativamente, e poi c'è chi può aprire i chakra chiusi degli altri, o chiudere i loro chakra aperti, attenzione, niente false manovre. E ci sono poi gli infelici che non hanno mai sentito il loro chakra inferiore e non osano confessarlo, salvo quando fanno un rebirth.
C'è chi combina yoga e rebirth, yoga e psicanalisi, yoga e karate, yoga e vasellame, yoga e caccia.
C'è chi cucina solamente il ghee, chi mastica cento otto volte i loro semi ipercompleti o che li inghiottono il più rapidamente possibile, c'è chi digiuna e che fa sapere che si purifica e ve lo fa sentire, e c'è chi teme più di tutto di reincarnarsi in un maiale. E poi c'è chi mangia costine di vitello e che arrossisce domandandosi con deliziosa angoscia se questo sporcherà il loro karma.
Ci sono poi gli ossessionati del karma, come ci sono i fanatici del mûla-bandha, gli appassionati dell'uddiyâna, i colpiti da jâlandhara, i forsennati di bhastrikâ, i vecchi baba incapponiti di mudrâ, galleggianti nel samsâra e nell'odore di gañja.
Sì, e così va il samsâra, ed evviva Mâyâ che non esiste, se si crede a Gaudapâda: ci sono degli uomini che si prendono per yogin, ci sono delle donne che si prendono per yoginî, ci sono dei topi e degli uomini, dei topi e degli yogin, e poi...
Shiva-Pârvatî siano lodati: ci sono degli uomini e delle donne che non si prendono per niente, e che lo yoga prende nelle sue braccia e porta dolcemente, teneramente, verso quel laggiù che è già qui, ed è allora così bello ed è così semplice, lo yoga.
Dicembre 2011
Le relazioni, nelle parole di Eric Baret
Sulle relazioni umane come mistero: perché non serve trattenere nulla, perché qualcosa di vero possa compiersi.
Leggi l'articolo
Incontrare qualcuno, sentite questa immensa possibilità e non fate niente. Se qualcosa deve accadere, lo farà. Non si rischia niente, non si perde mai niente. Non manca niente nella vita. Se una certa cosa deve compiersi, si presenterà, ma occorre avere questa disponibilità di non portare a casa propria, di non creare, aspettare, toccare qualcosa; soltanto guardare. È una cosa di grande bellezza. In quei momenti relazioni profonde si creano.
Lo si sente talvolta, si sentono tra noi delle possibilità, ma non è adesso. Non c'è spazio, altre cose sono presenti. La vita si presenta diversamente, nulla manca. Ma so che c'è una totale possibilità. Questo porta ad amicizie profonde, a vere amicizie.
Non si può vivere con molte persone in una vita, ma si possono avere innumerevoli legami profondi, tutti ugualmente profondi, belli, unici. Tutto concorre alla nostra maturazione, a stimolare in noi la bellezza. Può esserci una esclusività esteriore, ma interiormente no. Essere liberi interiormente.
E tuttavia qui permane un mistero. Le relazioni umane non sono quello che sembrano essere. Dal punto di vista della memoria storica, non abbiamo gli elementi necessari per comprenderle. C'è dell'altro in queste relazioni e deve rimanere un mistero. Non a caso abbiamo dimenticato certe cose. Noi non possiamo capire dal punto di vista dello spazio che separa la nostra nascita dalla nostra morte. Le relazioni che abbiamo con i nostri genitori, i nostri figli, i nostri amori non sono quel che sembrano essere. C'è dell'altro.
Ci sono numerosi spazio-tempo, molto al di là delle concettualizzazioni relazionali delle nostre società di paura. Questa elasticità diventa sperimentale quando abbandonate la pretesa di essere un centro separato. Nella vostra non-appropriazione, gli innumerevoli giochi della vita si rivelano come un torrente silenzioso.
Dicembre 2011
La spiritualità
Un dialogo di Eric Baret sul sacro, il non-sapere, e la differenza tra spiritualità autentica e spiritualità psicologica.
Leggi l'articolo
D: La spiritualità comporta un elemento sacro o non è che funzionale?
R: Riferirsi a un non-sapere è sacro. La spiritualità che viene dal sapere, che si impara, che si studia, non ha alcun carattere sacro. È una miserevole messa in scena patologica per persone che hanno paura di vivere. La spiritualità che viene dal sacro è una spiritualità non pensata, non organizzata, non elaborata, non utilizzata. Quella spiritualità là è sacra. Ma la spiritualità nel senso sacro non è un rifugio, un mezzo, una stampella per compensare la sconfitta della vita. È un dinamismo, un'intuizione che gli avvenimenti della vita hanno un senso al di là del pensiero. Un'intuizione dell'umiltà, di un totale non-sapere, di una totale non-comprensione della vita. Quando mi sveglio a queste non-comprensioni della vita, quando smetto di pretendere di comprendere ciò che accade, aver bisogno di quella o quell'altra situazione, che questo o quello non avrebbe dovuto capitarmi, quando divento umile, senza pretesa di sapere ciò che è giusto o no, per me o il mondo, un ascolto si attua. Questo ascolto è il sacro stesso, la spiritualità stessa.
Ogni sapere spirituale, ogni codificazione spirituale sono dei ciechi che conducono dei ciechi. Il sapere viene dal pensiero, dalla memoria; cosa può esserci di sacro là dentro? Quello che è sacro è questa intuizione, questa disponibilità alla bellezza della vita. Questo non si può attuare come esperienza personale, ma si attua inevitabilmente in ogni luogo. È come quando vi innamorate, non lo pensate, c'è un'effervescenza. Il giorno in cui dite "sono innamorato" è finita, avete lasciato l'autenticità, avete creato una situazione. Quando siete veramente innamorati, quando amate qualcuno profondamente, non lo sapete. Quando vi dite "amo qualcuno" vi raccontate delle storie. La bellezza non può essere concettualizzata. La gioia non può essere gustata. Quando siete all'opera, l'opera si svolge in voi, provate dei momenti di non-sapere, di pura gioia. Poi, si cerca di gustare l'emozione, sopraggiunge una sorta di conflitto. Non c'è niente da gustare. La spiritualità che si gusta è una spiritualità che ha il suo valore a livello psichiatrico, ma è tutto. La spiritualità che sa cosa fare, o non fare, ciò che è giusto, non giusto, morale, amorale, tutto questo fa parte degli ospedali psichiatrici della società. Ha valore forse a livello giuridico, ma non ha niente di sacro.
È una ideologia. Le ideologie vengono dalla paura. Se non c'è paura, non ho bisogno di essere questo o quello, non ho bisogno di pretendere questo o quello. È la paura che m'invento: francese, bianco, nero, ebreo, ricco, povero, buddista, indù, cristiano, ateo, tutto questo viene dalla paura. In un momento di non paura non rivendico niente. In questa non rivendicazione si trova la disponibilità. Tutto ciò che mi appare, diventa vicino per me, profondamente me stesso, la facilità. Non racconto che me stesso, niente è estraneo. Se una qualunque cosa mi è estranea, sono in una storia, una pretesa di essere qualcosa, qualcuno. Questa è una visione spirituale. Ma non c'è spiritualità là dentro. La funzionalità è una cattiva espressione che adopero spesso, è un po' meschina, è il contrario della funzionalità, è la meraviglia, il non-sapere.
Posso fare un gesto senza pretendere qualcosa, posso guardare un albero senza sapere, senza cercare di trovarmi in ciò che so dell'albero? Questo è spirituale. Posso per un istante non aspirare a niente? Essere totalmente presente. Qui non ci sono codificazioni possibili. Non si può mettere questa disponibilità nella tasca e dire "sono disponibile".
Non è una critica, la spiritualità è psichiatrica quando le persone hanno bisogno di sapersi maritate, di avere dei figli, un'amante, un paese, una nazionalità, un colore, una razza, una squadra di calcio, dei gusti letterari, cinematografici; hanno bisogno di difendere queste immagini, se no pensano che non sono niente. Molta gente ha bisogno di trovarsi nel cristianesimo, nel buddismo, nell'islamismo; è pienamente giustificato, non c'entra niente qui. Le nostre riunioni sono fatte per quelli che intuiscono che, quando smetto di inventare qualcosa, non c'è nessuna invenzione; che tutte le religioni, le razze, le etnie, il sapere, le nazionalità, sono unicamente delle invenzioni della paura; che ogni cultura, il mondo, la società è un'invenzione della paura, per il non vedere profondamente qualcosa. Ma, quando non si è arrivati a questa convinzione, è assolutamente giustificato per un francese credersi un francese, per un buddista credersi un buddista e per un uomo sposato credersi sposato. Hanno bisogno di questo se no ci sarebbe bisogno ancora di più di ospedali psichiatrici. A un certo momento, non avete più bisogno di appropriarvi di qualcosa, voi continuate il vostro funzionamento esteriore ma non potete più comprendere ciò che vorrebbero dire tutti questi elementi.
La bellezza della vita è nell'istante. Non si può mettere in una cornice. Nell'istante, sono libero da ogni cornice. All'esterno continuate ad essere questo o quello, ma profondamente non potete più esserlo. Allora questa spiritualità non ha forma, né nome.
D: Se ho ben compreso, la spiritualità è un'illusione?
R: È un concetto. Ciò che la gente vi proietta, a sei anni lo proiettava nel suo gruppo di scouts, a dieci anni nella squadra di calcio, a venti nella politica, a trenta nel matrimonio. Quella mancanza che si è cercato di compensare con una bambola, un trenino elettrico, un bel voto a scuola, un matrimonio, un figlio, la si proietta dopo nella spiritualità… È un polpettone di tutte le nostre paure. Secondo la forma delle nostre ansie, ci si trova attirati da un certo tipo di spiritualità. Quando si è là, bisogna rispettarlo come il resto, ma non è niente altro che la nostra propria paura.
La vera spiritualità è un ringraziamento. Maitre Eckart fa una differenza tra la vera preghiera che è una preghiera del cuore, una celebrazione del compimento divino, e la preghiera che viene da una mancanza, che cerca di domandare una correzione. Non è più una preghiera, ma una forma di accesso. La vera preghiera è un ringraziamento. La vera spiritualità è un non-dinamismo che dà disponibilità a ogni istante. Quando il cancro, la malattia, la nascita, l'emozione vengono: essere disponibile: là si trova la profondità. Volersi liberare da tutti i propri problemi per diventare spirituali, per diventare, perché no, un budda, eccetera, è l'espressione della paura. Ogni regola, ogni sapere non vengono che dalla paura. Non si può codificare l'intangibile. Gli scouts, la politica, la spiritualità, il figlio, la squadra di rugby hanno il loro posto, sennò questo non esisterebbe. Viene un momento in cui non avete più bisogno di andare a cercare nelle diverse correnti della vita.
Siete voi che rischiarate la spiritualità, e non il contrario. È la vostra chiarezza che vi fa comprendere profondamente cos'è la politica, avere un figlio, la violenza, la malattia, il buddismo, l'islam. La vostra chiarezza rischiara tutto questo. Volersi cercare, tentare di trovarsi nella spiritualità è una forma di confusione, di limite.
D: Quella chiarezza è la spiritualità, no?
R: Certo, ma là non ci sono più parole, né direzione, né sapere e soprattutto nessuna persona spirituale. Resta solo una non separazione. Non ci sono più scuole, linee direttrici, insegnamento. L'importanza per noi è ricordare questa evidenza, che non c'è niente da comprendere, niente da imparare. Non ho bisogno di creare degli utensili per affrontare la vita. Inutile inventare mezzi di difesa o di adattamento per far fronte alle situazioni. Guardate onestamente ciò che c'è, ciò che suscita in me la paura, l'ansia, la pretesa, la difesa.
Chiaramente accetto le mie pretese, i miei limiti. Questi limiti riflettono il non-limite. Occorre vivere la mediocrità, essa rivela ciò che è l'ultimo in noi. Quando rifiuto la mediocrità, quando immagino e proietto un inferiore o un superiore, delle cose spirituali che dovrebbero liberarmi dalla vita quotidiana, là, sono completamente in un immaginario. È una forma di psicosi. La mediocrità è l'essenziale. La mediocrità in rapporto a dei concetti, ma è primordiale!
Funzionare giornalmente: mangiare, dormire, amare, vedere, sentire, guardare. Niente da dipendere, da affermare, da sapere, non ho bisogno di niente per intuire ciò che è essenziale. Inutile cambiare qualcosa in me. Certe scoperte vanno fatte e dimenticate nell'istante. Per l'ego, per la persona, è una forma di terrore. L'ego vuole diventare spirituale, meditare, liberarsi. Bisogna uscire da qui come un cane che ha visto un osso, al quale lo si leva quando chiude la bocca. È quella sensazione là che bisogna sorvegliare, prima che diventi una frustrazione, la sensazione della bocca vuota. È prima di tutto una non-conclusione, è questo l'essenziale.
Dicono di noi
Le parole di chi frequenta lo studio, e di chi ne ha scritto. Una raccolta che continuerà a crescere.
Dopo tanti anni, davvero tanti, d'insonnia cronica, ho ripreso a dormire. A staccare la coscienza, a non sapere più nulla del mondo per alcune ore. A scoprire che è mattina e sembra passato solo un attimo. E chi se lo ricordava più... e anche a ricordare i sogni. Ma questo è un altro discorso, se vogliamo. Direi così che cinque anni di yoga non sono passati per caso. E anche se fosse un caso, sarebbe proprio un bel caso. Grazie anche a chi con pazienza e passione mi ha portata fino a qui. E buonanotte.
È molto importante la costanza nella pratica: all'inizio è auspicabile seguire un corso per due volte a settimana, dopo, in maniera graduale, può diventare una pratica giornaliera. Sin dalle prime lezioni si colgono effetti di immediato benessere, ma soltanto una pratica continuativa e dedicata produce cambiamenti profondi e duraturi. Lo yoga non cambia oggettivamente nulla della vita materiale, ma modifica l'atteggiamento mentale.
Ormai da due anni frequento Palermo Yoga, dove si pratica lo Yoga autentico, che non è solo posizioni e respirazione, ma una forma mentis e un'occasione di confronto e di crescita psicologica e culturale.
Pratico yoga da sempre, prima con il maestro Sanfilippo poi, presso il Centro Palermo Yoga, con Maria Cicero e Aido Mangiaracina che ne hanno raccolto l'eredità. Posso dire che questa disciplina, in un certo senso, ha formato il mio modo di essere dotandomi di uno stabile "centro di gravità permanente". Al di là dei momenti di pratica, lo yoga mi accompagna nel corso delle giornate rappresentando un momento imprescindibile per il mio equilibrio psico-fisico e per il mio benessere. Inoltre, pur praticando altre attività fisiche e avendo portato a termine diverse formazioni di tipo corporeo sia come allieva che come docente — sono Danza Movimento terapeuta — lo yoga rappresenta per me l'attività base che ha arricchito e integrato le mie competenze corporee.
Per semplice curiosità mi sono avvicinata allo yoga con scarse conoscenze. Dalla prima lezione ho avvertito una grande serenità e connessione con me stessa. Da allora la curiosità mi ha spinta a studiare sui testi e a scoprire una conoscenza millenaria del mondo orientale e da tali conoscenze credo di avere tratto molti vantaggi: tolleranza, connessioni inaspettate fra il mondo tangibile e la mente, benessere fisico e mentale.
Praticare lo yoga del Kashmir con Maria e Aido è stata una vera rivelazione. Le loro lezioni non sono semplici sessioni di movimento, ma un profondo viaggio di ascolto, privo di sforzo e competizione, dove il corpo impara a riscoprirsi come uno spazio di pura libertà e fluidità. Maria e Aido guidano il gruppo con una sensibilità e una competenza rare, creando in sala un'atmosfera sacra e accogliente. Grazie a loro ho imparato a sciogliere le tensioni più profonde, ritrovando una pace interiore e una leggerezza che porto con me anche nel caos quotidiano. Consiglio questo corso a chiunque desideri rallentare e riconnettersi con la propria essenza. Grazie di cuore a entrambi per questo cammino prezioso.