Uno spazio intimo per respirare,
nel cuore di Palermo.

Yoga Tantrico del Kashmir e Hatha Yoga, in un piccolo studio accogliente. Un posto dove rallentare, anche solo per un'ora.

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Le lezioni di Yoga del Kashmir con Maria Cicero riprendono il 29 settembre 2026.

Chi siamo

Palermo Yoga è nato per creare uno spazio semplice, dove fermarsi e tornare al proprio corpo. Le lezioni sono pensate tanto per chi pratica da anni quanto per chi sale per la prima volta su un tappetino.

Si lavora con calma, ascoltando i propri limiti, senza mai forzare: qui il respiro conta quanto il movimento.

Maria Cicero
Fondatrice

Maria Cicero

Fondatrice e anima di Palermo Yoga. Si è formata con il maestro Sanfilippo e da oltre vent'anni insegna Yoga Tantrico del Kashmir; dal 2008 segue in particolare la via tramandata da Eric Baret. Ogni anno torna in India per ritrovare le radici della tradizione che porta in studio.

Aido Mangiaracina
Insegnante Hatha Yoga

Aido Mangiaracina

Oltre 20 anni di esperienza nell'insegnamento dello Yoga: collabora, fin dalla sua nascita, con Palermo Yoga tenendo i corsi di Hatha Yoga del lunedì e mercoledì, con un'attenzione particolare al respiro e all'allineamento.

Riprendono le lezioni · 29 settembre 2026

Yoga del Kashmir

"... non ginnastica, non una tecnica, ma un modo di stare al mondo".

Lo Yoga del Kashmir non è ginnastica. Non è uno strumento. È un'arte.

Non è un'attività. È la celebrazione dello stato naturale dell'uomo.

Osservare i propri limiti fisici è il primo passo per accettarli e integrarli. Come dei fantasmi, il movimento si ferma prima di creare un corpo fisico.

Nessuna interferenza tra gradevole e sgradevole. Nessun giudizio. Solo l'esplorazione silenziosa del corpo.

L'elemento portante della pratica è l'ascolto. Non c'è un obiettivo da raggiungere. Solo il presente, attimo dopo attimo.

Prendiamo una posizione. La esploriamo con sensibilità aperta. Lasciamo che si dissolva in un percorso di ritorno che conduce al silenzio.

ArteCelebrazioneAscoltoSilenzio

Corsi

Due tradizioni, tre appuntamenti fissi in settimana.

  • Maria Cicero · Martedì e giovedì

    Yoga del Kashmir

    Una pratica che intreccia respiro, ascolto e presenza, secondo la tradizione tantrica del Kashmir che Maria insegna da oltre vent'anni.

  • Aido Mangiaracina · Lunedì e mercoledì

    Hatha Yoga

    Posizioni mantenute con calma, respiro guidato e attenzione all'allineamento: un buon punto di partenza per chi si avvicina allo yoga per la prima volta.

  • Maria Cicero · Con cadenza mensile

    Yoga Nidra

    Un incontro mensile di rilassamento profondo guidato, per lasciar andare le tensioni accumulate e riportare corpo e mente in ascolto.

Il calendario dettagliato e le date dello Yoga Nidra sono disponibili scrivendo direttamente in studio.

Orari

GiornoOrarioCorsoInsegnante
Lunedì17:30Hatha YogaAido Mangiaracina
Martedì17:30Yoga del KashmirMaria Cicero
Mercoledì18:15Hatha YogaAido Mangiaracina
Giovedì17:30Yoga del KashmirMaria Cicero

Orari soggetti a variazioni: scrivici o chiama prima di venire per la prima volta. Una volta al mese, Maria tiene inoltre un incontro di Yoga Nidra, con data comunicata di volta in volta.

Via Guglielmo Borremans 9, 90145 Palermo

Viaggi in India

Fotografie di Elena Lo Giudice.

Articoli

Riflessioni di Maria sulla pratica, scritte nel tempo per chi vuole approfondire.

La sacralità dello Yoga del Kashmir

Per la tradizione del Kashmir lo Yoga non è un'attività ma una celebrazione dello stato naturale dell'uomo.

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Arte, celebrazione, ascolto e silenzio: sono questi gli aspetti fondamentali dello Yoga del Kashmir. Lo Yoga non può essere uno strumento, è un'arte.

Per la tradizione del Kashmir lo Yoga non è un'attività ma una celebrazione dello stato naturale dell'uomo. Lo stato naturale dell'uomo è uno stato in cui ci si sente appagati; la percezione di questo stato, per tutta una serie di motivi legati alle esperienze personali, alle sovrastrutture psicologiche, sociali e culturali accumulate nella nostra esperienza terrena, è falsata.

Attraverso l'approccio celebrativo dello Yoga del Kashmir si vuole proporre un tentativo di avvicinamento e di ritorno a questo stato naturale di cui abbiamo perso la consapevolezza. L'approccio del Kashmir è semplice dal punto di vista concettuale ma complesso nella pratica, perché siamo molto strutturati: la pratica deve essere libera dai condizionamenti impressi nel corpo, e deve incentrarsi nel rendersi conto di quanto il nostro corpo sia rigido, contratto e condizionato. Eredità di tutto il nostro passato, questa memoria si incontra sotto forma di tensioni, reazioni, aggressività. Riuscire a guardare i propri limiti fisici ce li fa trascendere. Esplorare il corpo senza tralasciare nessuno spazio. Senza interferenza del gradevole o dello sgradevole, dell'amare o del non amare, la non partecipazione psicologica alla postura è lo spazio indispensabile per scoprire le raffinatezze di quest'arte. Nella pratica si vuole esprimere il corpo vacuo che supera lo spazio fisico: ciò che si vuole far emergere è il corpo di energia, il movimento si ferma prima di creare un corpo fisico, ci si muove come dei fantasmi, ed è dunque necessario smorzare la fisicità e l'impegno muscolare nelle posizioni.

L'elemento portante della pratica è l'ascolto: il rendersi conto attimo dopo attimo di ciò che accade, il posizionarsi nel momento e accettare gli accadimenti sotto forma di sensazioni che si presentano. Non siamo abituati al nulla, tutte le nostre azioni sono sempre orientate a un obiettivo; diversamente non agiamo. In questa esperienza, invece, non abbiamo nessuno scopo di apprendimento ma semplicemente una propensione a un ascolto senza personalizzazione.

Lo Yoga non è ginnastica: pur presentandosi con un'esteriorità fisica, prevede un approccio globale che lo distingue dalla ginnastica e che lo eleva ad un'arte. Nella pratica celebreremo questi aspetti dell'uomo: prenderemo delle pose, le esploreremo nella loro fisicità, le spoglieremo di contenuto personale e psicologico, le dissolveremo in un percorso di ritorno che ci conduce a uno stato di silenzio.

L'accento sulla dissoluzione della postura, sulla fase di ritorno, la vibrazione del corpo avvertita come sensazione e il suo riassorbimento nel silenzio: è questa l'essenza della tecnica tradizionale del Kashmir.

Il viaggio di Dante e il percorso dello Yoga: simbolismo e similitudini

Cosa c'entra Dante con lo Yoga? Un parallelismo tra la Divina Commedia e il cammino di purificazione della pratica.

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Vorrei ringraziare innanzitutto il Prof. Basilio Bacile, per avermi invitata alla presentazione della sua opera di traduzione della Divina Commedia in siciliano e per avermi proposto un'insolita riflessione sul parallelismo tra la Divina Commedia e il percorso dello Yoga.

Sono rimasta entusiasta di questo invito perché ha rappresentato uno stimolo a riprendere alcune intuizioni maturate nel passato e rimaste, per mancanza di tempo, inesplorate. È stata dunque un'occasione per un recupero di studi su Dante esoterico e sulle influenze delle tradizioni orientali; ma la cosa più interessante è che in questo periodo, giorno dopo giorno, oltre alle conoscenze intellettuali sono emerse in modo spontaneo — soprattutto durante le mie pratiche personali di yoga all'alba — moltissime intuizioni su questo parallelismo tra il viaggio di Dante e il percorso dello Yoga, provenienti dalla mia esperienza di insegnante e praticante.

È molto bella l'introduzione di Basilio: questa traduzione per lui è stata un cammino di autoconoscenza e non un'opera letteraria, a testimonianza di come lo studio della Divina Commedia stimoli momenti di introspezione. Invito tutti a rileggerla fuori dai canoni scolastici, con un approccio di libero sentire.

Nel IX canto dell'Inferno, Dante indica in modo esplicito che nella sua opera vi è un significato nascosto, da cercare per chi è capace di penetrarlo:

O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde
sotto 'l velame de li versi strani.

«O voi che avete gli intelletti integri, osservate bene l'insegnamento che si cela sotto il velo dei miei versi misteriosi.»

La Divina Commedia è un'opera poliedrica che offre diversi livelli di comprensione a seconda dello stato evolutivo del lettore. Oltre a un significato filosofico-teologico e politico-sociale, contiene un'essenza metafisica e un significato esoterico: rappresenta uno schema di livelli di iniziazione e una mappa della coscienza.

Vi chiederete: ma cosa c'entra Dante con lo Yoga? Dante nasce a Firenze nel 1265; lo Yoga è un'arte millenaria nata in India più di 5000 anni fa. Molti di voi probabilmente non conoscono lo Yoga, o ne hanno un'informazione distorta, derivante dal marketing consumistico dello yoga moderno da palestra.

I primi fondamenti dello Yoga risalgono a 5000 anni fa, nella civiltà della valle dell'Indo, nell'India settentrionale. La parola Yoga si trova per la prima volta nei Veda, raccolta di testi spirituali risalenti al periodo tra il 1500 e il 900 a.C. Il termine deriva dal sanscrito yuj, unione, e vuol dire unire in una visione integrale tutti gli aspetti del nostro essere, da quelli più oscuri a quelli più elevati. La nostra percezione è normalmente limitata agli aspetti più grossolani dell'esistenza; lo Yoga mette in atto una serie di accorgimenti che espandono la coscienza.

Vorrei quindi chiarire il senso dello Yoga per distinguerlo da ciò che oggi prevale in modo consumistico. Lo Yoga va inteso come arte celebrativa, secondo il significato più puro di cui mi sento portatrice — non yoga come ginnastica, non yoga finalizzato allo star bene o a risolvere problemi esistenziali, non yoga terapeutico secondo lo stile americano.

Lo Yoga punta alla spiritualità naturale: non è una religione. Nasce in India nel contesto culturale induista e ne utilizza il simbolismo, ma non ha a che fare con la religione in sé; fa riferimento alla dimensione spirituale naturale dell'individuo. È un'arte celebrativa, e come tale può servire a chi ha intuito l'essenza — quel nucleo immateriale e immutabile che chiamiamo Coscienza, Assoluto o Sorgente. Lo Yoga tradizionale è l'arte di esplorare le rappresentazioni della mente attraverso il corpo; il corpo corrisponde alla topografia del mondo celeste da raggiungere con la pratica.

Mi trovo qui in veste di insegnante di Yoga, e la mia riflessione non è di tipo religioso ma riguarda una spiritualità naturale. Dante indica un percorso verso il Paradiso attraverso l'Inferno e il Purgatorio; lo Yoga propone un percorso attraverso diversi stati, dalla coscienza ordinaria a livelli più elevati, mediante un processo di purificazione. Si parte da elementi densi e oscuri della nostra esistenza, in cui è presente un dualismo estremo — simboleggiato dall'Inferno — si passa a un momento di consapevolezza in cui la densità diminuisce e inizia un percorso di rarefazione — il Purgatorio — e infine avviene un'espansione della coscienza che conduce verso la sorgente, verso gli stati superiori: lo stato meditativo, il Paradiso.

Dante era un illuminato, conoscitore delle dinamiche della mente e della coscienza; gli stadi che descrive sono assimilabili all'attitudine di fondo di una pratica di Yoga secondo la tradizione. Nello svolgersi della pratica ritroviamo le dimensioni della Commedia: l'Inferno rappresentato dalle sensazioni personali di dolore, piacere, fastidio, tensione; poi l'apparato mentale si affina — il Purgatorio — le sensazioni sono spogliate di significato personale e sentite nude, senza filtro psicologico; con il corpo vuoto e deposto si può sentire l'energia, la vibrazione, e se la si lascia dispiegare ci si desoggettivizza: diventa la porta del silenzio, nulla rimane se non ascolto — stato meditativo, Paradiso. Quando le anime passano dal Purgatorio al Paradiso, si avverte una vibrazione.

Dante utilizza il linguaggio possibile per il suo tempo, i primi anni del 1300: un linguaggio religioso che esprime tuttavia concetti relativi a una spiritualità naturale. Sarebbe stato rischioso, per lui, parlare apertamente di spiritualità naturale — avrebbe rischiato il rogo come eretico — dunque ha scelto un linguaggio simbolico, capace di esprimere l'inesprimibile: ciò che non può essere conosciuto attraverso la ragione perché non può essere concettualizzato né espresso a parole. La mente è un bellissimo strumento, ma resta uno strumento: deve poter essere deposto quando non è più necessario, o comunque collocato al suo giusto posto e armonizzato con la totalità di ciò che siamo.

Virgilio, simbolo della ragione, accompagna Dante fino alle soglie del Paradiso, dove cederà il posto a Beatrice, simbolo della grazia divina. Alcuni maestri illuminati — Krishnamurti, ad esempio — descrivono lo stato meditativo come un dono, uno stato di grazia che non può essere raggiunto per atto di volontà: si possono mettere in atto degli accorgimenti, ma poi bisogna abbandonare tutto e affidarsi alla grazia.

È ipotizzabile che Dante sia entrato in contatto con la metafisica islamica: la Divina Commedia risulta impressionantemente somigliante alle opere di Ibn Arabi, mistico persiano nato esattamente cent'anni prima di Dante — nel 1165, a Murcia, in Spagna — e morto a Damasco nel 1240. Il suo personaggio Mohammed, nel Libro del Viaggio Notturno, intraprende un viaggio molto simile a quello di Dante. Come Dante possa aver conosciuto queste opere resta una domanda aperta, dato che un incontro diretto tra i due è impossibile; è probabile che ciò sia avvenuto attraverso gli ordini cavallereschi di cui Dante faceva parte, e nei quali ricopriva ruoli importanti.

Ipotizzo che Dante possa aver subito l'influenza indiana attraverso l'intermediazione araba: troviamo infatti una moltitudine di descrizioni simboliche dei diversi stati di coscienza, e lo stesso schema dei cicli cosmici e della cosmogonia, che richiamano quelli del mondo indù. Ibn Arabi fu a sua volta influenzato dal monismo assoluto dello Sivaismo del Kashmir, nella tradizione di Abhinavagupta, secondo cui il mondo è riflesso della coscienza — uno schema che ritroviamo nella Divina Commedia.

Dante era un illuminato, un maestro, un conoscitore delle dinamiche della mente e dei diversi stati di coscienza: in lui non c'è solo una conoscenza intellettuale delle tradizioni orientali dell'islam e dell'induismo, acquisita attraverso gli ordini cavallereschi, ma una conoscenza diretta del reale, dell'Assoluto, che chiama Paradiso — non solo contenuto intellettuale, ma descrizione di stati di coscienza così accurata da poter essere resa solo da chi li ha vissuti in prima persona.

La Divina Commedia è piena di simbolismi e parallelismi rispetto allo Yoga. Mi soffermo su due temi: la purificazione e la verticalità.

La purificazione è uno dei temi del Purgatorio, il luogo in cui le anime si purificano — «dove l'umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno» (Purg. I, 1-6). Dante e Virgilio risalgono dal centro della Terra verso la superficie e si ritrovano agli antipodi di Gerusalemme, dove, su un'isola nell'Oceano Pacifico, si eleva la montagna del Purgatorio. Dante la colloca al Polo Sud e la raffigura come un monte da salire — il «sacro monte» (Purg. XIX, 38) — indicando un cammino di redenzione dal basso verso l'alto, che allontana dalla terra per rendere degni del cielo. Sulla sua cima Dante colloca il Paradiso terrestre: la montagna affonda le radici nella terra, dove è l'Inferno, ma le vette sfiorano il cielo.

Perché una montagna? È un simbolo ascensionale, legato alla salita e alla fatica, al dolore e alla sopportazione: innesca il processo spirituale che innalza l'uomo al di sopra di sé. Le anime del Purgatorio devono salire per compiere la loro purificazione. Il Purgatorio è costituito da sette cornici, una per ciascun vizio capitale (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria); all'ingresso, l'angelo guardiano incide sette P sulla fronte di Dante, e a ogni cornice superata un angelo ne cancella una, annunciando una beatitudine — un processo di purificazione che si compie attraverso la progressiva scomparsa delle P.

È tipico dello Yoga tradizionale questo processo di rarefazione: da stati di coscienza più densi, che corrispondono all'Inferno, si procede via via verso situazioni più sottili.

La verticalità nello Yoga è un dinamismo fondamentale, presente in tutte le posizioni: evoca l'unione tra terra e cielo, l'integrazione di tutti gli stadi dell'uomo, dal fisico allo spirituale. Nella Divina Commedia, oltre alla montagna, la verticalità è evocata dalle stelle: sono visibili dai tre regni, e le tre cantiche si concludono tutte con la stessa parola. Nell'Inferno, «e quindi uscimmo a riveder le stelle» segna il ritorno allo stato propriamente umano, da cui si può percepire un riflesso degli stati superiori. Nel Purgatorio, «puro e disposto a salire a le stelle» arriva dopo il processo di purificazione. Nel Paradiso, «l'amor che move il sole e le altre stelle» designa, come termine ultimo del viaggio celeste, il centro divino — il motore immobile, nell'espressione di Aristotele.

Le stelle sono dunque il filo conduttore che unifica i tre mondi: una visione integrata in cui anche gli elementi più oscuri sono riflesso della coscienza, del divino. È monismo assoluto — tutto è riflesso della coscienza — ed è una visione tantrica dell'esistenza. La simmetria fra i tre mondi di Dante rispecchia la struttura cosmologica indù, e suggerisce un'esplorazione in entrambe le direzioni: una coscienza che si espande e che si dissolve. Richiama la manifestazione dell'asana, che si crea, si espande e si dissolve nel suo ritorno — così come la dinamica del respiro: una fase discendente, verso una differenziazione sempre più accentuata, e una ascendente, di ritorno verso lo stato originario; il centro della Terra, punto di massima densità, corrisponde al corpo di Lucifero, e da lì si produce il cambiamento di direzione.

Brahma Muhurta

Un'ora e trentasei minuti prima dell'alba: perché Maria pratica sempre a quest'ora, e cosa cambia nella giornata.

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Ho letto di Brahma Muhurta, il tempo di Brahma, il tempo della creazione: un'ora e trentasei minuti prima dell'alba. Secondo gli indù, bisognerebbe sempre alzarsi a quest'ora. Nella tradizione vedica questo periodo è considerato il momento ideale per le pratiche spirituali, come la preghiera e la meditazione: le prime ore del mattino sono il momento migliore per imparare a percepire gli aspetti più sottili dell'esistenza. È un momento rigenerante.

Mi alzo naturalmente alle cinque del mattino, e la mia pratica di yoga avviene proprio in questo intervallo magico. Lo sperimento sulla mia pelle: c'è davvero qualcosa di intenso in questo momento del giorno, e il resto della giornata è diverso quando mi alzo presto rispetto alle rare volte in cui tardo. Un'energia rimane impressa per tutto il giorno; il corpo si trova in una condizione favorevole, e c'è anche una produzione naturale di melatonina al suo massimo.

Trovo tutto questo molto interessante, perché corrisponde al mio modo di sentire e di organizzare l'inizio della giornata.

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